Siamo fatti di relazioni e connessioni profonde. Non dimentichiamolo

Intervista su Ravenna Notizie 13 Marzo 2021 a cura di Alessandro Bucci

Cresce il disagio psicologico fra le persone. Mentre un anno fa il mondo intero ha dovuto fare i conti con l’escalation dell’epidemia Covid-19, certificata in breve tempo come pandemia, nel 2021 le persone si sono ritrovate alle prese da un lato con il dramma pandemico in auge, aggravato dal diffondersi di pericolose varianti, dall’altro lato con l’introduzione dei primi vaccini. Istanze differenti con le quali misurarsi all’interno dell’emergenza sanitaria globale, ma entrambe estremamente delicate, difficili e probanti. Una situazione socio-economica per molti versi già estremamente delicata (causata da ben due crisi economiche principalmente nell’arco di un decennio), aggravatasi con la pandemia. Quest’ultima ha portato ad una gestione amministrativa e politica sempre più complessa all’interno della Nazione, con l’istituzione di zone a fascia di colore per Regione variabili nel tempo a seconda delle criticità riscontrate.

Gli italiani si sentono sempre più vessati, disorientati e confusi anche e soprattutto dal punto di vista psicologico, tra detenzioni più o meno forzate in casa e/o luoghi chiusi e una realtà che sembra complicarsi sempre più senza fornire conforto alcuno alle categorie e più in generale alle persone in difficoltà. Il moltiplicarsi di casi di disagio psicologico è da imputare principalmente al prolungarsi della condizione pandemica, la quale include situazioni e condizioni sostanzialmente inedite per tutti. Il comune denominatore che caratterizza le difficoltà riscontrate è rappresentato dalla mancanza di relazione con l’altro, con il mondo circostante con tutte le conseguenze che ben conosciamo: economiche, sociali personali ed evolutive.

Di tutto questo abbiamo parlato con il centro di psicoterapia ravennate Liberamente, formato dalla responsabile psicologa psicoterapeuta Paola Bianchi, dalle psicologhe psicoterapeute Cristina Castagnoli, Isabella Ruberto ed Elisabetta Fanti, dalla psicologa clinica Eleonora Incerpi e dalla psicologa Elisabetta Vannutelli.

Dopo un anno di Pandemia, quali sono i principali disagi psicologici sofferti dalle persone?

“La Pandemia ha portato allo sconvolgimento delle certezze e delle routine quotidiane di ognuno di noi. Mentre un anno fa c’era la speranza che se ne potesse uscire nel giro di qualche mese o settimana, oggi tale luce si è affievolita e con lei si è allontanata la possibilità di prevedere un termine e progettare un nuovo inizio. Il vissuto collettivo è quello di vivere in un limbo che non ha fine. E in questa sospensione molti fanno fatica a dormire, altri ad uscire di casa; alcuni riportano difficoltà di concentrazione sul lavoro; altri ancora fanno fatica a svolgere qualsiasi attività quotidiana. Ultimamente molte persone chiedono aiuto perché spaventati dalle frequenti crisi di rabbia espresse nel contesto familiare o lavorativo, e vissute come “qualcosa che non mi appartiene”;. Poi ci sono coloro che hanno vissuto in prima persona la perdita di una persona cara o che sono sopravvissuti al Covid: in questi casi i disagi possono essere più complicati. Tutte queste manifestazioni sono un tentativo di adattamento che la nostra mente mette in atto, per
fronteggiare una situazione di trauma cronico, quale è il protrarsi della pandemia”.

Gli adulti come possono aiutare i bambini ad affrontare questa durissima situazione?

“A volte si sottovaluta la sensibilità e la capacità di adattamento dei bambini, che a volte superano quella degli adulti. L’importante è essere il più naturale possibile e far capire ai bambini che bisogna tenere alcuni comportamenti sia a scuola che in altre situazioni per la sicurezza loro e degli altri, ma senza farli andare nel panico. Va bene trasmettergli le nuove buone abitudini ma con naturalezza. Tanti genitori sono in difficoltà quando siamo in zona rossa perché non sanno come intrattenere i propri figli: l’importante è darsi e dare loro dei tempi, scandire i momenti della lezione in dad, dei giochi insieme, dell’utilizzo del tablet per svago. Quando si è a tavola insieme evitare la tv accesa. Evitiamo di trasmettere ai figli le nostre ansie”.

Che effetti sta producendo la dad sugli studenti di differenti età e quali le conseguenze dell’assenza di una vita scolastica “normale”?

“Purtroppo la dad è un tasto dolente, perché non è vista e vissuta come una risorsa ma come una necessità a cui sottoporsi e che trova in qualche modo tutti impreparati. Chi sta soffrendo di più in questa situazione sono gli studenti delle superiori che da più tempo
stanno sperimentando questa didattica di per sé necessaria al solo fine dell’apprendimento. Ricordiamoci però che la scuola è un contenitore dove si concentrano più fattori utili alla crescita dei nostri ragazzi.
A tanti studenti manca lo stare in presenza in condizioni normali perché il distanziamento cambia in qualche modo la relazione con i propri coetanei. Relazione fatta di scambi, contatti, corpo, gioco, condivisione. Stare insieme oggi ha assunto un diverso significato”.

I continui cambi di colore nelle zone hanno avuto ripercussioni sull’equilibrio delle persone? Sembra esserci molta confusione in questi ultimi mesi…

“Quanto più un evento è prevedibile e comprensibile, quanto più le persone riescono a fronteggiarlo. Nella situazione di cambiamento continuo, come quella che stiamo vivendo attualmente, le capacità di adattamento e di fronteggiamento dello stress (come la famosa resilienza di cui si è tanto parlato), sono messe a dura prova.
Durante il Lockdown, per quanto fosse faticoso e frustrante, eravamo “tutti sulla stessa barca”, senza particolari differenze e, pur non sapendo quando sarebbe terminato quel periodo, la sua lunghezza è stata una “stabilità” che ci ha permesso di riadattarci e reinventarci.
Il continuo cambiamento di colore, al contrario, non ci sta fornendo il tempo necessario per dare un significato alla situazione in cui ci troviamo, facendoci vivere un senso di impotenza ed ingiustizia. Questa instabilità rende difficile la programmazione non solo nel lungo periodo, ma anche di quello nel breve e medio, per questo motivo si accompagna ad un maggior senso di malessere, frustrazione e fatica”.

La scrittrice, filosofa e storica statunitense Susan Sontag sostiene che in ogni situazione estrema, una malattia porta alla luce quanto di meglio e di peggio c’é in ciascun individuo. Che ne pensate?

“Riteniamo che il suo pensiero possa essere facilmente applicabile per leggere la realtà in cui siamo immersi in quest’ultimo anno. È tuttavia opportuno sottolineare che le reazioni a cui abbiamo assistito hanno assunto connotazioni diverse a seconda del periodo pandemico preso in esame.
La primavera scorsa era la fase della speranza caratterizzata da un sodalizio sociale e dal tentativo della maggior parte di noi di usare questo tempo per far emergere risorse nuove con la promessa di diventare migliori. L’estate è stata la fase della negazione. Siamo tornati a respirare all’aria aperta, meno mascherine, cene con gli amici, qualche viaggio.
La seconda e terza ondata purtroppo sono state e sono molto più difficili da gestire emotivamente. Manca la capacità di progettare e se ci si prova è nell’incertezza totale. Pertanto questa sospensione e la sensazione che il mondo che conoscevamo sia cambiato in
negativo rischiano di far intravedere la parte peggiore di noi per una reazione di difesa, quindi c’è maggiore chiusura, esasperazione di stati emotivi e sfiducia. Rispetto ad un anno fa capita meno spesso dirsi “Non vedo l’ora di riabbracciarti”; per la paura di
non poterlo più fare! È tuttavia questo il momento in cui occorre ricompattarsi, mantenere la relazione con l’altro, non perdere lucidità e chiedere aiuto quando necessario”.

L’anno scorso il Covid 19 provocò una situazione traumatica, sconvolgendo o interrompendo le attività e la vita di molte persone. Ora qual è la situazione predominante?

“Una prima riflessione è che nonostante sia passato un anno l’emergenza sanitaria è ancora in atto, ma accanto alla paura, l’angoscia e lo sconvolgimento che questa situazione ha portato si sono affiancati cambiamenti che in parte abbiamo “metabolizzato” e in parte ancora no. Ci siamo abituati, in generale, a tutta una serie di pratiche sanitarie, come igienizzarsi le mani, portare la mascherina e limitare il contatto sociale, ma ancora gli effetti che questo evento ha sulla nostra vita e sulla nostra quotidianità si fa sentire. Il nostro sistema psico-fisiologico è portato ad adattarsi, ma quando il cambiamento ha e continua ad avere un impatto così significativo sulle nostre vite e le nostre relazioni sociali, le nostre risorse di adattamento rischiano di esaurirsi ed ecco che quindi subentrano reazioni quali la rabbia, la stanchezza, la rassegnazione che hanno via via sostituito la paura, l’angoscia e l’incredulità dei primi mesi.

Significativo a questo proposito è ad esempio l’atteggiamento che si è via via modificato in molti nei confronti degli operatori sanitari, vissuti come “eroi” nella prima fase, fino a diventare invece figure guardate con sospetto, con rabbia e con sfiducia.
Quando le situazioni traumatiche cambiano radicalmente le nostre vite, si sperimenta un senso di impotenza e di ingiustizia che vuole trovare una soluzione e una risposta, anche quando pare non esserci. Il trauma è tale proprio perché manca di comprensione e cerchiamo quasi istintivamente di trovare risposte e chiarimenti investendo su qualcuno che possa assumersene la responsabilità.
Per cui il governo che ha fatto troppo poco o male, i sanitari, gli insegnanti, i giovani, coloro che non rispettano le regole e chiunque possa in qualche modo esser ritenuto anche solo parzialmente “colpevole”.
Per cui se volessimo cercare di comprendere che cosa sta succedendo ora è che a distanza di 1 anno, le nostre risorse psico-fisiologiche di adattamento si stanno esaurendo con inevitabili ripercussioni sul nostro benessere psicologico, fisiologico ed emotivo.
Situazione che può essere recuperabile se affrontata in maniera tempestiva ed adeguata”.

Si parla molto di garantire assistenza mentale alle persone ma, di fatto, ciò non accade. Finanziamenti insufficienti e reticenza a trattare l’argomento. Perché?

“Nel nostro territorio da quel che mi risulta il servizio pubblico di Salute mentale ha tenuto bene in questo periodo. Bisogna anche chiarire che al CSM in genere ci si occupa di malattia psichiatrica e disturbo ad essa correlato. La nostra esperienza è leggermente diversa: pur occupandoci anche di disturbi di personalità o patologie mentali piuttosto invalidanti il nostro principale bacino di utenza è costituito da chi ha difficoltà e problematiche psicologiche di varia natura ed entità.
Ci sono casi che variano dalle nevrosi a difficoltà di relazione oppure sintomi da stress ed esordi di fenomeni ansiosi. Parliamo quindi di un principio di sofferenza che spesso non sfocia in malattia soprattutto se affrontati per tempo.
Non so il motivo per cui ci sia poca attenzione alla salute mentale e relativi finanziamenti. Sicuramente il quadro generale della Sanità pubblica degli ultimi anni va in una direzione che fatica o faticherà ad accogliere a mio avviso le richieste. Tutto questo mentre si stima che entro il 2030 i disturbi mentali diventino la principale causa di disabilità nei Paesi ad alto reddito (documento guida sulle politiche transnazionali per la salute mentale). Siamo in una condizione in cui non è più necessario chiedersi come mai c’è reticenza a trattare l’argomento, ne siamo immersi!”

Com’è stata vista dalla maggior parte delle persone l’introduzione dei vaccini?

“I vaccini sono già da tempo campo di battaglia tra chi si affida alla scienza e chi invece tenta di cercare altre soluzioni. La scienza può fare da contenitore delle nostre paure ma richiede un atto di fiducia. A ben pensare il vaccino è una sostanza estranea che viene iniettata nel nostro corpo, svelandone la sua vulnerabilità, ci fa temere una perdita di controllo e risveglia paure e angosce primordiali. Quando è arrivata la notizia sul vaccino c’è stato grandissimo scetticismo sulle tempistiche con cui era stato prodotto, ma in pochi hanno cercato davvero di approfondire la questione forse per paura di sapere e trovarsi a scegliere tra vecchie convinzioni e nuove promesse.
Va inoltre detto che se per un attimo l’annuncio delle case farmaceutiche ha fatto intravedere la fine di questa pandemia poco dopo il tutto è stato ridimensionato. I ritardi nelle consegne, l’arrivo delle varianti, la sovra/disinformazione hanno prodotto una nuova
perdita di fiducia in chi ci guida, aggiunta al timore sull’efficacia e la sicurezza degli effetti collaterali. Ci ritroviamo ancora una volta a muoverci entro i limiti della responsabilità individuale e collettiva”.

link all’intervista 

2021-03-13T19:20:10+00:00