Come una pianta da coltivare: la pazienza

20 Marzo 2020. Un sottofondo di miagolio incessante mi sveglia.

E’ Jack che vuole uscire per la sua passeggiata mattutina. Dopo aver cercato inutilmente di ignorarlo, mi siedo sul letto, infilo le ciabatte e mi alzo, ormai sveglia e arrabbiata! Il cellulare segna le ore 6. Sono appena le 6 di mattina, del quindicesimo giorno di quarantena! Sbuffo e una sorta di calore mi invade il viso. Brontolando scendo le scale e vado verso la porta. Giro la chiave e lui è già li che spinge con il muso, impaziente di uscire.

Un filo di aria fredda investe i miei nudi piedi e chiudo frettolosamente la porta. Mi dirigo verso la cucina, guardo fuori dalla finestra. Sta piovendo e la temperatura è calata di almeno dieci gradi rispetto al giorno precedente. Mi prendo una coperta e mi sdraio sul divano: “Santa pazienza” penso. Accendo la tv per ascoltare le nuove notizie sul Coronavirus.

La pandemia ha sconvolto vite, routine… ci ha fatto uscire dalle nostre zone comfort, dai ritmi frenetici, preimpostatii di settimana in settimana, e ci ha catapultati in uno spazio e tempo del tutto nuovi: lo spazio delle quattro mura domestiche e il tempo dilatato, svuotato dagli impegni lavorativi e non, dagli aperitivi con gli amici, dalle attività scolastiche ed extra dei figli. Uno spazio e un tempo condiviso “obbligatoriamente”: coniugi che si ritrovano a lavorare, separati da un muro; sotto lo stesso tetto bambini e/o adolescenti arrabbiati, che si muovono per casa come leoni in gabbia, pronti al primo attacco non appena capita l’occasione: “Non volevo questo piatto di pasta”! o ancora “Cosa facciamo oggi mamma, io mi annoio!”.

E ancora: lunghe file ci attendono prima di entrare al supermercato, bardati di guanti e mascherine, sperando di trovare  la maggior parte delle cose scritte in lista quando sarà il nostro turno.

La situazione non è meno stressante per chi vive da solo e si ritrova a dover riempire il tempo, prima scandito da amici, fidanzati e attività lavorative e ricreative.

Tutto ciò ci mette di fronte ad un’importante disposizione d’animo, necessaria per affrontare tutti questi cambiamenti e far fronte nel modo più costruttivo possibile a questa pandemia: La pazienza!

Dal punto di vista etimologico il termine pazienza deriva dal latino pati, soffrire, tollerare e dal greco paskein, sopportare ed è descritta come la capacità di accettare e sopportare il dolore, i mali, i disagi, le contrarietà della vita. Da questa prospettiva la pazienza viene associata all’impotenza, alla rassegnazione, alla noia. La società moderna non viene in aiuto: basta un click per avere nell’immediato ciò che desideriamo, ed è importante “non perdere tempo” fin dal mattino appena svegli, perchè le cose da fare sono molte, prima di uscire di casa e farvi rientro la sera. Insomma in una vita in continuo movimento, non può esserci posto per la pazienza, che richiede in primis la capacità di fermarsi e aspettare.

In realtà non è sempre stato così. Dagli antichi Romani fino a Leopardi, che ne “Lo Zibaldone” scriveva “La pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perchè non ha nessuna apparenza di eroico”, veniva evidenziato l’importanza di tale stato d’animo, elevandolo a vera e propria virtù.

Dunque sua “maestà Pazienza” non ha niente a che fare con l’immobilità statica, con l’accettazione passiva dei dolori o delle avversità, con l’impotenza. Ma è un vero e proprio agire, nel non agire.

Infatti nel momento in cui decidiamo di “avere pazienza”, stiamo orientando lo sguardo dentro noi stessi, predisponendoci all’ascolto dei nostri bisogni, delle nostre sensazioni, delle nostre emozioni.

E’ sempre più frequente trovarmi di fronte a un paziente che già al primo incontro mi dica:” Dottoressa cosa devo fare?”. In quel momento sento tutta l’impazienza di avere una soluzione facile e indolore alla difficoltà portata. Ma prima ancora di avere risposte, credo che sia importante iniziare a farsi delle domande: ed ecco, che inizio a fermare il tempo, e portare la persona ad una riflessione interna, introspettiva rispetto al proprio sentire, ai propri bisogni.

La maggior parte delle persone, dai bambini, agli adolescenti, agli adulti in questo momento di quarantena, avrà la sensazione di sentirsi intrappolato, impossibilitato a uscire liberamente, a vedere i propri amici, la fidanzata, il fidanzato. Ed ecco lo sperimentare della rabbia, della solitudine della tristezza che porteranno alcuni a spaventarsi altri a fermarsi e ascoltare dove conducono le strade della conoscenza interiore.

Proprio pochi giorni fa una mia paziente mi ha detto: “Dottoressa, non sto riempiendo le giornate come prima! Adesso mi prendo il mio tempo per stare sdraiata sul letto e ascoltarmi… e non ho più paura!”. Ecco la pazienza di aspettare, e la pazienza dell’ascolto. Quindi dedichiamo qualche minuto al giorno per coltivarla: mettiamoci comodi, seduti o sdraiati, in silenzio o con della musica sottofondo, respiriamo, ascoltiamo il nostro corpo, chiediamoci come stiamo in questo momento e recuperiamo la nostra parte più accogliente. Prendiamoci il tempo della cura: quella interiore. La pazienza è come una pianta: necessita del giusto terreno, del giusto momento per la semina, dell’attesa per vedere spuntare i primi germogli, della giusta dose di acqua e di esposizione solare per vedere germogliare i suoi frutti.

E come sostiene Honorè de Balzac“La pazienza è ciò che nell’uomo più assomiglia al procedimento che la natura usa nelle sue creazioni”.

Eleonora Incerpi psicologa Centro Liberamente Ravenna

 

 

2020-12-05T21:32:03+01:00